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Visualizzazione dei post da febbraio, 2023

PENSIERI SPARSI MA NON TROPPO

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Quando parlando non riusciamo a comprenderci proviamo a guardarci in silenzio. Potrebbe funzionare. Stare, senza fretta e senza inganno. Ascoltare a occhi chiusi il mare, ricongiungersi con le parti perdute. Sorridere. Incontrarsi nel silenzio, riconoscersi nel gesto, attendere le parole, senza fretta. Concentrarci un poco e provare ad agire con la parte migliore di noi. Mettersi al centro, godersi il vuoto che vuoto non è.

DA QUALE PARTE

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Con quale parte di te sto parlando? Ecco, fare luce sulle diverse parti che ci compongono può agevolare parecchio il modo in cui comunichiamo con gli altri; avere presente che chi abbiamo di fronte non ci parla quasi mai da uno spazio "totale" ridimensiona le incomprensioni. Da quale tuo spazio mi parli? Da quale ti sto parlando io? Può rendere tutto più fluido, accogliente e possibile.

VITALITÀ

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Dove risiede la tua vitalità più accesa? Cosa la accende? Quali risorse non stai mettendo a disposizione per mantenerla accesa? A volte occorre pensarci a questa cosa della vitalità, troppo spesso agiamo da uno spazio spento, cosa ci stiamo perdendo?

IL RUOLO

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Quando assumi il ruolo di vittima non c'è nulla che tu possa comprendere, nessun passo avanti, nessuna intuizione da seguire. È come chiudere gli occhi, come rannicchiarsi in un angolo e sbattere i pugni per terra. Gli altri sono nemici e tu resti lì, immobile. Aprire lo sguardo, spostarsi dal ruolo è fondamentale, comprendere che solo tu puoi davvero decidere, alzarti e correre.

LE PARTI DI NOI

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Ci sono parti di noi che proprio non ci piacciono, le giudichiamo, ci scusiamo se vengono fuori, ci imbarazzano. Da dove vengono? Perché le odiamo così tanto? Occorre chiedersi se il loro rifiuto non sia frutto di un'idea limitata di noi stessi, di un ripetuto "questo non si fa", di un tentativo di aderire a ciò che può essere accettato senza conflitti. E se quelle parti, per quanto scomode, stessero cercando uno spazio di espansione? Possiamo interrogarle un poco invece di scacciarle? Proviamoci.

DANZARE IL CAMBIAMENTO

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Ci sono fasi della vita in cui chi ti circonda stenta a riconoscerti, momenti in cui il tuo cambiamento e le tue nuove modalità generano confusione. Ecco, prova a pensare ai movimenti dei danzatori, pensa a quella leggerezza. La differenza sta tutta lì: negli spazi vuoti gestiti con il volo, l'attesa, il creare immagini e energia, soltanto dopo arriva il movimento netto, lo spostamento definitivo e noi facciamo "oh!" Ci prende la meraviglia perché prima  il danzatore ci ha accompagnati verso quel momento. Prova a non buttare a peso morto il tuo cambiamento sugli altri, prova a danzarlo.

CONTESTO

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Esiste una creatività del cambiamento, una possibilità di espansione che spesso non consideriamo. Vediamo un po'. Quando diamo il meglio di noi tendiamo ad attribuire lo stare bene alla situazione, al luogo, alle persone intorno a noi, benissimo. Potremmo approfondire quelle sensazioni attribuendole solo a noi stessi? Che cosa scatta? Quali sono le circostanze di luogo, persone, contesti che tirano fuori il meglio di me? Che cosa posso attivare io per non dipendere dalla situazione e portare quella parte ovunque senza aspettare le circostanze favorevoli? Posso diventare io il "contesto" giusto?

QUESTIONE DI RITMO

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Una questione di ritmo. Il nostro incedere, i nostri gesti, le nostre parole. Se provassimo a tradurre in musica il nostro fare/dire quotidiano potremmo renderci conto più facilmente delle parti "dissonanti". Dove e quando cambia il ritmo? Che cosa accade? Ecco, non necessariamente dobbiamo andare a tempo, utile però sarebbe godere dei contrasti, utilizzare con leggerezza le stonature, imparare a riconoscere il nostro personale canto per renderne ogni nota nutriente. Una melodia riconosciuta, per quanto cacofonica, può regalarci uno spazio di piacere.

INDEFINITI

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Ogni tanto potremmo stare nell'indefinito. Aprirci a esperienze e luoghi che non ci chiedono chi siamo, da dove veniamo, che cosa sappiamo fare. Abitare per un poco un tempo nuovo, libero di noi e del nostro modo di pensare e agire, nudi e leggeri, indefiniti e possibili.

ELDORADO

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Se continuiamo a guardare gli anni della nostra giovinezza come l'Eldorado e a pensare che il mondo fosse un posto migliore, che cosa stiamo facendo in realtà? Probabilmente stiamo rimpiangendo la nostra vitalità di allora. Che cosa stiamo evitando? Probabilmente di sentirci presenti, essere risorsa, essere accesi in mezzo a ciò che ora ci circonda, è come mettersi in disparte senza partecipare alla festa criticando tutti i presenti perché sono chiassosi o vestiti male. Ecco, se provassimo a sentire la responsabilità dell'invito forse potremmo riaccendere quell'energia vitale, seppur mutata, metterla a disposizione e staccarci dal muro nostalgico al quale siamo appoggiati. Fare un passo avanti e guardarci intorno consapevoli di avere un ruolo nel presente.

MUOVERSI

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A volte la risposta non è nella nostra mente. Siamo talmente abituati a rimuginare, seduti o in piedi con lo sguardo fisso e il corpo trascurato in una posa scomoda, fissa, tesa. Ecco, consideriamo un fatto: il corpo può essere la risposta che non arriva alla mente, quel flusso muto e pieno di energia vuota di pensiero che ci riporta all'origine della domanda. Muoversi, lasciare che il nostro corpo diffonda la forza trattenuta, dare fiducia a ciò che il corpo molte volte intuisce prima della mente. C'è qualcosa di  arcaico nelle risposte del corpo, talmente prive di ragionamento e sottotesti da risultare spiazzanti come un'intuizione. Lasciamoci spiazzare🌎

CHE COSA POTREBBE ACCADERE?

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"Vacci piano", "muoviti con i piedi di piombo", "non esagerare". Ecco alcune frasi che ci sentiamo dire in situazioni in cui agli occhi dell'altro siamo un po', come dire, esaltati? Entusiasti? Infiammati? Mi chiedo cosa sia tutta questa precauzione in caso di vitalità estrema, non sto parlando di situazioni in cui il pericolo è evidente, parlo di quei momenti in cui sentiamo una forza che ci spinge al cambiamento (nell'amore, nel lavoro, nello stile di vita). Mi chiedo cosa sia tutta questa resistenza all'espansione altrui, non sto parlando di espansione come arrogante manifestazione di superiorità, parlo di quella luce negli occhi che spesso è l'inizio di un viaggio. "Vai veloce", "muoviti con le ali ai piedi", " esagera un po' di più", se fossero queste le frasi che l'altro ci rivolge che cosa potrebbe accadere?

DI FORMA E RELAZIONI

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A volte le relazioni umane sono una questione di posizioni, fisiche intendo. Non nel senso di linguaggio del corpo ma di figura, disegno immaginazione. In che posizione fisica sono in quella o quell'altra relazione? È comoda? Scomoda? Innaturale o disinvolta? Proviamo a immaginare la nostra posizione in una determinata relazione, disegnandola o magari mettendoci in posa e scattando una foto, sembra una cosa un po' folle, mi rendo conto. Facciamo un esempio pratico: la mia posizione fisica nei confronti di quell'amico mi vede in piedi con il braccio e la mano tesi verso di lui, ecco la base fisica del nostro rapporto: io gli tendo la mano. Benissimo. Se mi metto in quella posizione e nessuno prende la mia mano dopo poco tempo il braccio mi farà male, le gambe pure visto che sono in piedi e così tutto il resto del corpo, la mia mano è tesa per ricevere ma il mio amico non la prende, forse non l'ha chiesta e intanto io continuo a rimanere lì e mi fa male da tutte le parti....

LA LINEA

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Parlami un po' della tua linea, non nel senso di forma fisica di quella parleremo un'altra volta, intendo la linea retta superstite del caos. Ti spiego: se dovessi dare una forma a quello che senti dentro di te, quale forma sceglieresti? Un cerchio? Una tovaglia stropicciata? Una bottiglia o magari un quadrato? E che cosa contiene? Idee, progetti, dolori, bellezze, frustrazioni e tante altre cose ancora? Mi rendo conto di essere partita da un presupposto di caos interiore, non vale per tutti ovviamente, esiste anche l'ordine per alcuni di noi. In ogni caso dove è la linea retta? Esiste? Nel caos riesci a individuare una linea che permetta all'apparente disordine di non sopraffarti? E nell'ordine sei in grado di tracciare una o più linee che rendano il tuo ordine collegato e in espansione? Ecco, la linea retta dentro di noi può essere appiglio e visione. Propongo di dare un'occhiata e curarla un po'.

AGGETTIVI

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Se tu dovessi definirti con un unico aggettivo, quale sceglieresti? Un aggettivo è poca cosa per definirsi, possiamo però vederlo come un cassetto pieno di rivelazioni? Può svelarci qualcosa a cui non abbiamo pensato? Mi spiego: se fossimo quell'unico aggettivo non ci basterebbe, giusto? Allora proveremmo a scomporlo, a cercarne le sottotracce, i sottotesti, saremmo insomma invitati a riflettere sul perché lo abbiamo scelto. Cosa nasconde? Cosa può dirci? Prendiamoci un poco di tempo, proviamo.

NOMINARE

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Nominare le cose, nominare i gesti e le azioni, descriverli. Ecco un tempo che raramente o forse mai ci prendiamo. Bastano dieci minuti al giorno per dire a voce alta di ciò che stiamo maneggiando o di ciò che stiamo facendo. Quella padella di che materiale è fatta? E il colore? Ci sono delle scritte? I dettagli, ci servono i dettagli, il tempo della descrizione chiara e semplice, perfettamente presente: vado sul divano, raccolgo un pezzetto di polvere, mi dirigo verso la cucina, apro lo sportello, butto il pezzetto di polvere, mi lavo le mani, le asciugo e avanti così, pochi minuti al giorno per nominare, per riconoscere, per stupirci del particolare.

IL DETTAGLIO

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A volte pretendiamo troppo, da noi stessi e dagli altri. Nel pretendere diventiamo immuni al dettaglio, quella parte di noi e degli altri che va bene, ci rende giustizia, pulsa all'intensità desiderata; nel trascurare il dettaglio ci perdiamo il suo mistero, i suoi sottotesti, la sua possibilità di espandersi. Se ci concentrassimo su quel particolare potremmo sfumare un poco il resto, dargli meno importanza e nel frattempo potenziare il dettaglio, nostro o altrui, che ci provoca agio e piacere. In poche parole: pretendere è legittimo, ma lo spazio da cui pretendiamo può fare la differenza.

IL NOSTRO STILE

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Avete presente quando troviamo in rete o su una rivista un qualche metodo infallibile per fare praticamente tutto? L'ordine in casa per esempio. La prima reazione è spesso quella di giudicarci dei veri fallimenti! Confusionari, inefficaci, disordinati. Ecco. Allora ci applichiamo con il metodo di cui abbiamo letto: ci entusiasmiamo, cataloghiamo, liberiamo spazio, una vera goduria. Ora, la domanda è: è stato un gioco divertente o hai imparato un metodo valido per te? Per capirlo basta osservare quanto dura, dopo quanto è tutto più o meno come prima? L'ordine permane come competenza acquisita? Sì, no, forse. Se dopo poco tempo regna di nuovo il caos ti senti in colpa? Prova a spostare l'attenzione sulla sostenibilità di quel metodo per te, solo per te. Nessun metodo è valido per tutti, può aiutare, certo, ma se quello non è il tuo stile non durerà. Voglio dire: la decisione di essere più ordinati (o di attivare qualunque nuovo comportamento) l'abbiamo presa, ora si tratt...

GEOMETRIE

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A volte quello che ci sembra il caos della nostra vita avrebbe soltanto bisogno di una geometria più chiara. Mi spiego: il caos è ricco, colorato, fastidioso, rumoroso, sfaccettato, pieno di pezzi e di grandezze differenti, una sorta di minestrone indecifrabile. Quando lo sentiamo in questo modo stiamo probabilmente sottovalutando la geometria, quei fili invisibili che lo rendono disegno preciso, disegno che possiamo vedere solo dall'alto e dall'alto  eventualmene modificare un poco, niente da aggiustare e niente da cancellare, parliamo di tracciare una mappa del nostro caos per vederne i contorni e riconoscere le parti che lo compongono in modo più chiaro; il caos non ha bisogno di un ordine comunemente inteso, necessita di mappe chiare e fili ben tirati, per orientarci e scegliere il sentiero. (thanks per il disegno Tati Cervetto ❤️)

SPAZIO

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Lasciare uno spazio tra noi e gli altri ci permette di fare accadere qualcosa nel mezzo; cerchiamo spesso la comprensione totale degli'altri, ci parliamo sopra nel tentativo di dire di più, ci offendiamo se l'altro non ci cerca o non rispecchia più il nostro bisogno e non ci rendiamo conto che stiamo invadendo quello spazio fertile che esiste tra noi e quella persona, lo spazio che emerge se le due parti rispettano i loro confini e da lì si guardano, si parlano, comunicano, in quello spazio non c'è invasione ma possibilità, inaspettati panorami, qualcosa che nessuno dei due conosce e che sorge spontaneo nello sguardo reciproco, uno spazio libero dal bisogno dell'altro e per questo ricco di curiosità e stupore, colmo di rispetto e sempre in divenire. Ecco che ciò che può sembrare "distacco" diventa l'impegno costante di riconoscere noi stessi, creare il giusto spazio e poter davvero vedere l'altro.

PERSONE

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Le persone sono contenitori, le persone sono case abitate, spazi verdi, notti cupe e talvolta tempeste imperfette. Ecco. Quando ci troviamo di fronte a un essere umano tendiamo al giudizio affrettato, abbiamo come un bisogno di posizionare l'altro in qualche schema noto e ciò è normale direi. Rifletto sul fatto che dovremmo calmare un po' la mente e affidarci ai sensi un poco di più, è con i sensi che possiamo percepire la densità di chi ci sta di fronte, è con il corpo che possiamo immaginare le molte forme e gli spazi pieni e vuoti di quella persona. Il corpo immagina? Ebbene sì, lo fa. Ed ecco che il giudizio e lo schema (processi mentali, talvolta sensoriali ma poco fisici) potranno mutarsi in un'apertura all'ascolto/sguardo differenti, forse spaventosi le prime volte, come spaventoso è l'ignoto che ci ricorda che tutto è composto da tanti strati, spazi e bellezze e terrore, proprio come le persone🌀